Non parlo spesso di questa cosa.
Perché è personale. Intima.
E perché, ancora oggi, quando la racconto, mi si blocca qualcosa dentro.
Ma oggi voglio farlo.
Perché se anche solo un bambino o un genitore leggendo queste parole si sentirà meno solo… allora ne sarà valsa la pena.
Avevo circa 12 anni. Era la Vigilia di Natale.
Una di quelle giornate fredde ma luminose, in cui l’aria profuma di attesa e di luci.
Io e la mia mamma stavamo per andare a fare gli ultimi regali.
Ricordo che ero contento, come lo sono tutti i bambini quando sanno che mancano poche ore alla magia.
Siamo usciti di casa, abbiamo chiuso la porta, saliti in macchina.
Io ero seduto davanti, lato passeggero.
Mia mamma si è dimenticata qualcosa ed è risalita un attimo.
“Arrivo subito” mi ha detto.
Io sono rimasto lì. Da solo.
Con la radio accesa, forse. O forse era spenta. Ricordo solo un silenzio strano.
Poi…
Una sensazione fredda.
Ghiaccio, sulla tempia sinistra.
Mi sono girato lentamente. E ho visto.
Un uomo, con una pistola.
Appoggiata alla mia testa.
“Se urli, ti ammazzo.”
Sono state le sue parole.
Quelle parole mi sono entrate dentro.
Come una spina che non se ne va.
Prende la borsa di mia mamma, esce e scappa.
Io resto lì. Paralizzato. Congelato.
Chiudo la macchina. Salgo su a casa.
Suono il campanello. Mia mamma mi apre.
E io… scoppio a piangere.
Ma non riuscivo a parlare.
Non riuscivo a spiegare cos’era successo.
Niente.
Silenzio.
Da quel giorno, la mia voce ha cominciato a balbettare.
Come se anche lei fosse rimasta ferita.
Come se si vergognasse a uscire.
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E la cosa più difficile… è stata tornare a scuola.
Provare a leggere ad alta voce.
Rispondere all’appello.
Raccontare qualcosa.
Ogni parola era una battaglia.
Ogni frase una salita.
E a volte, la salita più ripida era lo sguardo degli altri.
Perché sì, sono stato preso in giro.
Per come parlavo.
Per le parole che non uscivano.
Per quel suono tremolante che sembrava buffo.
Ridevano.
Mi imitavano.
Mi interrompevano.
E io ridevo anche io, a volte.
Per non piangere.
E mi chiedevo: “Perché proprio a me?”
Mi sentivo rotto. Diverso.
Come se avessi qualcosa da nascondere.
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Poi, un giorno, ho scoperto il teatro.
All’inizio non capivo.
Ma salire su un palco… mi dava potere.
Stranamente, recitare mi liberava.
Perché non ero io.
Ero un altro.
E quello, quell’altro, non balbettava.
Recitare parole scritte da altri… era come prendere in prestito una voce.
E piano piano… la mia, vera, ricominciava a uscire.
Poi è arrivata la magia.
E i pupazzi.
E lì è successo qualcosa di straordinario.
Quando davo voce a un pupazzo…
Lui poteva balbettare.
Ma nessuno rideva di lui.
Anzi. Faceva ridere. Faceva tenerezza.
E io… finalmente, potevo balbettare senza vergognarmi.
Perché non ero io.
Ero lui.
O forse… ero io. Più vero di prima.
Con tutte le mie fragilità in bella vista.
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Oggi, quando salgo sul palco come Mago Lollo, faccio spettacoli per centinaia di bambini.
E c’è sempre un pupazzo che balbetta.
Che racconta le sue emozioni.
Che a volte si impappina, si ferma… e poi riparte.
Quel pupazzo è il bambino che ero.
È la voce che avevo perso.
È la dimostrazione che anche una voce spezzata… può raccontare cose meravigliose.
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Perché la balbuzie non è un difetto. È solo un modo diverso di parlare.
È una voce che ha imparato a danzare con le sue paure.
Che inciampa… ma arriva.
Che trema… ma emoziona.
E se sei un bambino o una bambina che balbetta…
Sappi che dentro di te hai un superpotere.
Quello di non arrenderti.
E di trasformare il dolore in arte, in gioco, in magia.
Proprio come ho fatto io.
E proprio come fa il mio pupazzo, che ogni volta che sale sul palco… dice:
“Io b-b-balbetto… ma ho t-t-tanta voglia di dire c-c-cose b-b-bellissime!”



Un diverso punto di vista, utile per capire chi ha una difficoltà e ad apprezzare ciò che sa mostrare “lentamente”
Grazie 🙏❤️